Hate speech in emergenza: dinamiche e strumenti di contenimento

Nella concitazione di un’emergenza sembra acuirsi l’odio in rete, manifestato attraverso il cosiddetto hate speech. Si tratta di espressioni basate su parole d’odio, per l’appunto, generalmente rivolte a persone a indicare intolleranze di varie tipologie: culturali, sessuali, politiche, religiose. Un fenomeno che deve grande successo al moltiplicarsi delle piattaforme su cui oggi si comunica, ma non ha senso demonizzare queste. Dietro a una tastiera c’è sempre il fattore umano e due caratteristiche: l’urgenza con cui sembra necessario comunicare per primi e la disinibizione derivante dal filtro-schermo che porta a procedere senza particolare razionalità e previsione delle conseguenze, una riflessione che, invece, nella fisicità del reale avviene, proprio perché si avvertono più materici anche i rischi derivanti da una condotta arrogante. A seguire, il contraddittorio si evolve online, con altre persone che vivono la stessa condizione e che fanno sentire parte di una comunità, a cui ci si sente in dovere di ergersi a guida. Le conseguenze dell’hate speech, tuttavia, possono essere gravi. Questo è dovuto alla fusione sempre più indistinta tra virtuale e reale, al potere di amplificazione della rete, alla tracciabilità dei messaggi (una volta pubblicati, persistono e sono facilmente rintracciabili anche se modificati o eliminati), nonché a questioni psicologiche e sociologiche per cui il negativo viene avvertito come più rilevante del positivo, sicuramente più morboso e trova terreno fertile alla divulgazione.

Hate speech: perché in emergenza?

La domanda è legittima: perché in un contesto delicato quale quello emergenziale, con già delle sue criticità, c’è chi crea disagi ulteriori, evitabili, che ne aumentano la complessità gestionale? La prima risposta che può venire in mente è l’egocentrismo: c’è un evento rilevante in cui poter dire la propria, anche non richiesta, su cui magari risultare in evidenza, un’opinione che tanti possono leggere – specie sui social – e supportare amplificando la “grandezza” e l’”influenza” che una persona percepisce relativamente alle proprie opinioni.

Il fenomeno è visibile e a portata di mano: in risposta a post social di Istituzioni o Personaggi di rilievo, magari con contenuti di aggiornamento, informativi o costruttivi negli intenti (ad esempio, quelli del Dipartimento di Protezione Civile che comunicano anche semplicemente un’iniziativa a supporto dei profughi della guerra in Ucraina), molti si sfogano, accogliendo la tentazione di lasciare commenti livorosi o relativi a temi che non c’entrano con il post originario. Sovente, in risposta ai post del Dipartimento portato quale esempio, si trovano riferimenti ai terremotati del Centro Italia (oltretutto, indistintamente), accuse ai vaccini anti Covid e da qui riferimenti a (sempre non specificate) morti giovani, in quello che sembra un ambiente collettore di frustrazioni e sfoghi non meglio specificati.

Emergenza e hate speech

L’emergenza favorisce due fenomeni, per cui può acuirsi l’hate speech. Da un lato, la sensazione di urgenza e di intervento, dicevamo, che porta l’essere umano a voler partecipare e che, di per sé, avrebbe una radice positiva, che nasce da un senso di solidarietà umana. Il problema è l’altro lato, ovvero una altrettanto umana distorsione cognitiva, che non consente la consapevolezza delle proprie conoscenze e, soprattutto nel suo lato più dannoso, della propria incompetenza con annessi limiti. Non a priori, sia chiaro, ma nessuno può negare che l’emergenza richieda specializzazioni talmente precise che raramente c’è una sola figura capace di possederle tutte e gestirle in autonomia, senza un lavoro di gruppo e il supporto di un sistema. Questo è il motivo per cui chi interviene, soprattutto sui social, lo fa decidendo di parlare di altro, rispetto a quanto viene espresso dall’emittente. Un “so di non sapere” che non si ferma a ciò, ma getta fumo parlando di altro. Un “fuori tema” che chi legge quel flusso comunicativo non si sofferma a indagare, ma trattiene inevitabilmente una sensazione di disagio, negativa, quella che l’odio gratuito semina. Si parla, in particolar modo, dell’effetto Dunning-Kruger (EDK), dai cognomi dei due socio-psicologi che l’hanno individuato, dopo secoli di letteratura in materia (da Socrate a Darwin, passando per Spinoza). Si tratta di una distorsione cognitiva, a causa della quale individui poco competenti in un campo tendono a sopravvalutarsi talmente tanto da considerarsi esperti in materia e da affermare la loro opinione (o dall’avanzare le loro richieste) con grande convinzione, se non arroganza, facendo soccombere chi è più pacato e razionale (sebbene, magari, più competente dell’emittente originario). Se uniamo, a questo, l’urgenza percepita di fare qualcosa in un contesto già per natura sotto i riflettori (che possono accendere la luce su cotanta ”grandezza percepita”), quale quello emergenziale, l’intervento a rischio hate speech è servito.

Hate speech in emergenza e strumenti proattivi

Quali strumenti si possono adottare nell’immediato per disinnescare violenza e ostilità, in un frangente delicato quale quello di un’emergenza, in veste di utenti che assistono a thread con, talvolta, una escalation dei toni e delle offese?

La situazione va accolta. Sia chiaro, non significa assecondare, ma nemmeno ignorare, che rende complici di quanto quell’intervento dice e del flusso comunicativo negativo che solitamente genera. Dal momento che il processo culturale è lungo e richiede azioni a più livelli, un approccio proattivo è necessario. Questo perché, proprio come le singole polemiche si autoalimentano attraverso l’intervento di tanti singoli, sono sempre i singoli utenti che possono favorire il cambiamento, usando una serie di elementi costruttivi.

  • Innanzitutto, mantenere la pacatezza nello stile. Significa scegliere parole semplici, linguaggio chiaro concettualmente e brevità nella costruzione delle frasi, che non preveda più letture. Dove c’è incertezza o lacuna, è dove si inserisce la supposizione, la strumentalizzazione e si alimentano falsità. Se si lascia spazio a ciò, il processo di smentita e dimostrazione allunga i tempi per la verità o anche solo per la neutralità più oggettiva.
  • In secondo luogo, rispondere con domande: chiediamo qual è la fonte di quanto viene detto, chiediamo perché si interviene con un argomento fuori luogo, chiediamo se sono state contattate le figure opportune e come e cosa hanno risposto. Generalmente, già alla prima domanda si riceve una risposta ancora fumosa, quando non arrabbiata, quasi le persone fossero state colte in flagrante. L’intento non è infastidire, sia chiaro, ma offrire l’opportunità di spiegazione. Se non c’è, la responsabilità è a monte, in chi ha avviato quel tipo di hate speech e una risposta irosa non va presa sul personale da chi fa la/le domanda/e o inizia a entrare nello stesso gioco di egocentrismo di chi è intervenuto con odio e/o a sproposito.
  • Infine, se possibile, favoriamo per primə la ricerca: rispondiamo con fonti autorevoli, documenti e chiediamo l’eventuale confutazione. Se anche dovesse portare a ulteriore hate speech perché abbiamo alimentato un senso di inadeguatezza, rimarrà prioritario il nostro intervento nel succitato thread e questo è una dimostrazione essa stessa di chi sa rispondere perché ha gli strumenti e chi risponde solo perché ha una tastiera.

Un intervento proattivo basta, solitamente. Continuare a rispondere a un flusso negativo non fa che aumentarne la visibilità. Per quanto possa sembrare una magra consolazione, è un seminare bene, destinato a dare frutti di valore in chi sa ben coltivare, con pazienza, con corretto nutrimento e, per rimanere sulla metafora di “coltivazione”, con rispetto della Natura (anche umana) e dei suoi tempi.

Si consiglia una lettura illuminante, sulle dinamiche relazionali in rete e sui social:

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