Comunicazione politica e strumentalizzazione dell’emergenza

"Emergenza" sembra essere una chiave passe-partout nella politica italiana.
Dal momento che indica una situazione di non adeguata corrispondenza delle risorse impiegate per un evento che può causare danni a persone, ambienti, oggetti, in politica ne viene sfruttata la parola (o il campo semantico, se pensiamo anche al concetto di sicurezza) per avanzare più o meno velate accuse relative all'amministrazione di suddette "risorse", solitamente la controparte, o per promesse che fanno leva sull'istinto all'autoprotezione e sul sentimento primordiale di paura, di perdere qualcosa di valore incommensurabile quale la vita per sé e i propri cari, a pieno sfruttamento di bias cognitivi faticosi da gestire. D'altra parte, "lo stile comunicativo è lo stile di leadership", si diceva in qualche articolo fa, e la scelta dei termini è il punto di partenza, di peso, nel definire l'identità politica. Per comprendere se, poi, comunicazione politica e strumentalizzazione dell'emergenza siano effettivamente legate, si offre qui solo un piccolo suggerimento, di natura linguistica, da allenare.

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Hate speech in emergenza: dinamiche e strumenti di contenimento

Nella concitazione di un’emergenza sembra acuirsi l’odio in rete, manifestato attraverso il cosiddetto hate speech. Si tratta di espressioni basate su parole d’odio, per l’appunto, generalmente rivolte a persone a indicare intolleranze di varie tipologie: culturali, sessuali, politiche, religiose. Un fenomeno che deve grande successo al moltiplicarsi delle piattaforme su cui oggi si comunica, ma non ha senso demonizzare queste. Dietro a una tastiera c’è sempre il fattore umano e due caratteristiche: l’urgenza con cui sembra necessario comunicare per primi e la disinibizione derivante dal filtro-schermo che porta a procedere senza particolare razionalità e previsione delle conseguenze, una riflessione che, invece, nella fisicità del reale avviene, proprio perché si avvertono più materici anche i rischi derivanti da una condotta arrogante. A seguire, il contraddittorio si evolve online, con altre persone che vivono la stessa condizione e che fanno sentire parte di una comunità, a cui ci si sente in dovere di ergersi a guida. Le conseguenze dell’hate speech, tuttavia, possono essere gravi. Questo è dovuto alla fusione sempre più indistinta tra virtuale e reale, al potere di amplificazione della rete, alla tracciabilità dei messaggi (una volta pubblicati, persistono e sono facilmente rintracciabili anche se modificati o eliminati), nonché a questioni psicologiche e sociologiche per cui il negativo viene avvertito come più rilevante del positivo, sicuramente più morboso e trova terreno fertile alla divulgazione.

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Etica e comunicazione d’emergenza: intervista a Mariagrazia Villa

𝗟’𝗘𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱’𝗲𝗺𝗲𝗿𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮

A illuminarci su quanto sia fondante il ruolo della prima per essere efficaci nella seconda, ospitiamo oggi una professionista d’eccezione: Mariagrazia Villa, giornalista culturale, media educator ed ethics coach nelle scuole e nelle aziende, docente di Etica e deontologia ed Etica dei media allo IUSVE di Venezia e Verona e Giornalismo all’Università di Parma.

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