La comunicazione preventiva va affrontata ora (affermazione senza scadenza)

Ogni momento è quello buono per affrontare la comunicazione preventiva. A voler essere ancora più precisi, l’ideale sarebbe avviarla fin da quando un’emergenza supera il culmine della crisi: è questo il preciso istante in cui avviare i lavori per ottimizzare le risposte future.

È infatti la fase in cui sono ancora ben evidenti le criticità emerse ed è quando queste vanno segnate, messe nero su bianco, per tornare a considerarle in sede di de-briefing, innanzitutto, ma anche per iniziare già a pensare al futuro. Il ruolo di una buona comunicazione d’emergenza in fase preventiva, infatti, è permettere alle persone di dotarsi di pronte difese mentali nel caso si verifichi proprio un evento critico. Queste si attiveranno, favorendo quella resilienza di cui tanto si parla, ovvero un meccanismo flessibile che consente una più agevole ripresa del singolo e della comunità.

La responsabilità della comunicazione d’emergenza preventiva

Qual è la responsabilità in capo a chi si occupa di comunicazione? Iniziamo dalla natura stessa della materia: prevede che si debbano mettere in comune informazioni, nozioni, protocolli che guidino una società nel momento in cui l’emergenza si verifica. Dal momento che questa rompe una ordinarietà e mette a rischio i capisaldi stessi della sopravvivenza mentale e fisica, l’avere una linea guida acquisita, assorbita, consente di seguirla quando il panico potrebbe prendere il sopravvento.

Non è questo il luogo in cui parlare dei vari e tantissimi meccanismi di difesa che la mente umana mette in atto quando subisce un trauma, come quello inevitabilmente generato dall’emergenza. Ma questo è il luogo in cui capire come farne una idonea, ovvero non mancante, non basata su “senso comune” e “sentito dire”. Questa forma di accumulo di rumore nel nostro cervello, giorno dopo giorno, infatti, non farà altro che generare confusione nel momento in cui c’è l’esposizione effettiva ad un’emergenza. Senza considerare che potrebbe causare traumi ulteriori e renderci figure da soccorrere, proprio perché ci si trova e scopre impreparati.

Di cosa si occupa la comunicazione preventiva in fase pre emergenziale?

Rientra tra le attività di prevenzione non strutturale, definite dal Decreto Legislativo n.1 del 2 gennaio 2018: Codice della protezione civile. La logica sottostante è che, sfruttando il periodo ordinario, è possibile curare l’aspetto formativo e informativo nella popolazione. La relativa normalità consente di applicare diversi approcci didattici, che possono andare dal corso alla cittadinanza fino alle esercitazioni per i volontari (per citare degli esempi), e di continuare in un’opera incessante di ricerca per ottimizzare le risposte ad eventuali e future emergenze.

In sostanza, gli scopi fondamentali di questa fase sono:

  • prevenire quanto più possibile il rischio
  • informare su come gestirlo e affrontarlo

Chi si occupa di comunicazione pre emergenza deve fornire informazioni sicure, innanzitutto scientificamente dimostrate, dei rischi a cui è esposto il pubblico destinatario. Quest’ultimo fattore è infatti il cuore che determina la gravità o meno con cui un’emergenza colpirà un territorio. Conoscere i rischi e sapere come comportarsi in caso avvenga l’emergenza sono quindi fattori fondamentali per innescare quei meccanismi di difesa di cui abbiamo parlato agli inizi di questo articolo. Ulteriore aspetto importante da ricordare in questa fase è divulgare i segnali di allertamento relativi a quel rischio specifico e al territorio i in cui può verificarsi. Terzo e ultimo aspetto è informare in merito alle azioni da compiere oppure a quelle da non intraprendere affatto, qualora l’emergenza si verifichi e i segnali di allerta vengano diramati.

Perché formare quando non c’è l’emergenza?

Formare quante più persone possibili alle buone pratiche da mettere in atto prima che un evento si verifichi e agli atteggiamenti da assumere qualora questo si verifichi è, oggigiorno, una necessità. Basti pensare a quante emergenze ambientali è esposta la penisola italiana. Ecco che nella fase pre emergenziale la comunicazione deve essere progettata in maniera costante e capillare. Si tratta di un fattore che coinvolge, quindi, tempo in quanto richiede continuità, ma anche spazio in quanto impone di arrivare a più persone possibili. Tratteremo a parte il tema dei pubblici della comunicazione di emergenza, certo è che, se un bambino in età prescolare è reso capace di chiamare un numero di soccorso o un anziano apprende come minimizzare i pericoli a cui rischia di essere esposto, non solo saranno due figure in meno da soccorrere, ma saranno capaci, potenzialmente, di essere di aiuto alla loro comunità.

Per ben comprendere come comunicare il rischio e, quindi, come ben operare in chiave preventiva, è doveroso citare in chiusura l’esempio della campagna di comunicazione nazionale IO NON RISCHIO. Dedicata alle buone pratiche di protezione civile, come si evince fin dal naming scelto è un invito a dichiarare a gran voce la ferma volontà di fare tutte le azioni in nostro potere per ridurre i rischi cui siamo esposti. Una dimostrazione di come la buona comunicazione preventiva a un’emergenza inizi sempre a prendere piede con la consapevolezza del singolo a tutela di una collettività.

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